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venerdì 8 novembre 2013

LA CRUDELTA' - Desaparecidos -

Stasera mi sento profondamente scossa, dopo aver visto il film "Cronaca di una fuga" di Israle Adriàn Caetano, del 2006, tratto dal libro Paese libre, fuga de la Mansion  Seré, di uno dei sopravvissuti alla fuga dalla Mansion Seré, Claudio Tamburini. Era la casa dove venivano sequestrati, torturati e poi fatti scomparire i "presunti" dissidenti argentini, dal 1976 al 1978, i desaparecidos.
Mentre lo guardavo ho provato quel solito orrore che sento davanti alla tortura, come l'avessi provata sulla mia stessa pelle. Poi c'era anche un'altra emozione, oltre allo sdegno e alla rabbia: la vergogna. Mi vergognavo per loro. Per le vittime umiliate, ma anche per gli aguzzini. Mi chiedevo che cosa può spingere l'essere umano a compiere atti così brutali contro un'altro essere umano, contravvenendo al normale istinto di empatia, innato.
Frustrazione? Paura? Forse l'immensa rabbia che viene dall'idea di sentirsi miseri e oscuri di fronte al mondo? O solo crudeltà? Quest'ultima mi sembra troppo semplicistica. Lentamente la mia vergogna si è tramutata in qualcos'altro: compassione, non solo per le vittime come era all'inizio, ma per i carnefici. Queste persone quando sono in strada non vedono il sole, o meglio, lo vedono, ma non riescono a scorgerne la bellezza, a sentirne realmente il calore. Queste persone sono talmente schiave e vittime della violenza che praticano che non possono apprezzare la bellezza, la bontà, la poesia, l'amore. Praticamente queste persone non vivono, sono zombie che camminano, sono già morte. Dei vivi che uccidono, che sono essi stessi già morti. Che paradosso. Se non fosse agghiacciante mi verrebbe da sorridere. Quest'ultima sensazione mi ha portato a desiderare e chiedere, ardentemente e ferocemente un mondo migliore dove non esistano queste persone. La cattiveria è una malattia, gravissima. Ha il potere di togliere la vita a chi la prova, di trasformare in zombie.
La cattiveria è una malattia dell'anima.
Ma forse il mondo non ha dimenticato ancora, forse c'è speranza di imparare dall'esperienza, che quello che si fa, torna.
p.s.Tutti i 5 fuggiaschi sono vivi e hanno testimoniato nel 1985 al processo contro I Militari e la Polizia Segreta. Sono passati pochissimi anni da allora.

domenica 3 novembre 2013

IL COPIONE

Facciamo le stesse cose, viviamo e ad un certo punto ci rendiamo conto che seguiamo uno schema, inconsapevole, e terribilmente uguale. Ci imbattiamo nelle stesse circostanze, incontriamo lo stesso tipo di persone. Ad un certo punto, ci fermiamo a guardare e ci accorgiamo che, senza saperlo, abbiamo sempre seguito un copione. Perché?
Freud la chiamava coazione a ripetere. Un meccanismo, inconscio, che ci costringe a girare la stessa scena più e più volte....senza quasi varianti, La ripetiamo con il disperato tentativo di cambiare qualcosa, di controllare quello che ci è successo, il modello che ci hanno insegnato, o quel copione che qualcun altro ha girato con noi.
Ora fermati un attimo, guarda indietro, e percepisci qual'è il tuo.
Sarà il primo passo per tirar fuori dal cassetto dell'inconsapevolezza quello che ti spinge a fare qualcosa di cui nemmeno ti rendi conto.
Siamo delle scatole cinesi, una dentro l'altra, sempre più dentro. E quando crediamo di conoscerci ci ritroviamo dentro un'altra scatola.
Abbiamo scelta? Certo. Con pazienza possiamo aprirle tutte o quasi. Se non ce la facciamo da soli non esitiamo e intraprendere un percorso terapeutico conoscitivo. No, non sto tirando l'acqua al mio mulino, lo penso davvero. Essere più felici e poter scegliere, è meglio!

mercoledì 30 ottobre 2013

LA VOLONTA'



Siamo in un mondo strano, tutti viviamo azzannandoci, come se fosse per l'ultimo pezzo di carne. Perché sei in guerra? Te lo sei mai chiesto?
Dov'è la volontà? La forza che ci permette di superare nostri bassi istinti. Tutti abbiamo degli impulsi, ciò non significa che dobbiamo seguirli tutti.
E' possibile non farlo. forse ci hanno insegnato che non si può resistere.
La volontà di guardare l'altro in faccia e non in cagnesco, di dividere il disagio con lui senza incolparlo per questo, di non dire "non entrate" a quelli che stanno cercando di entrare nella metro, che si è appena svuotata.
La volontà di superarsi, di guardare il prossimo con benevolenza, sapendo che sta nella nostra stessa barca.
Siamo dei sopravvissuti. Quando iniziamo a vivere?
Quando non ci sentiremo più in guerra ma saremo lieti di sacrificare metà del nostro spazio-aria-panino-giornale-risata-parcheggio, anche con chi ci sta vicino.
sacrificio e volontà sono parole per uomini e donne adulti, non per bambini o uomini delle caverne.
"fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtude e canoscenza" Dante Alighieri, Inferno, Divina Commedia

martedì 1 ottobre 2013

IL NARCISISMO SOCIALE


Vi è mai capitato di conversare con qualcuno, magari un amico, un conoscente o anche un estraneo, e provare una sensazione vaga di fastidio o di sconforto? Chiaramente si.
O magari, uscire con gli amici e passare una serata in cui si ha la percezione che tutti si siano parlati addosso e che non c'è stata una vera comunicazione? Certo che si. Non so se vi siete soffermati a riflettere sui motivi. Per farlo bisogna osservare più attentamente quello che succede.
Immaginiamo una situazione in cui tu parli e l'interlocutore ti interrompe, per dire qualcosa di suo interesse, che c'entra poco o niente con l'argomento della conversazione. Oppure, all'inverso, che l'altro parla, e tu non vedi l'ora che smetta per dire ciò che hai in mente. Non sto parlando di quelle persone logorroiche e auto-riferite in modo assolutamente evidente.
Sto parlando di qualcosa di molto più sottile, una sorta di "sfasamento" nella comunicazione tra due persone "normalissime", o in un gruppo.
Perché succede?
L'essere completamente concentrati verso i propri pensieri e bisogni, è una forma di narcisismo, talmente diffusa che ho chiamato "sociale".
Questo fenomeno di "ripiegamento verso sé stessi" porta a non entrare realmente in relazione con l'ambiente sia esso un albero, il cielo, una cioccolata calda, oppure il viso, il gesticolare o le parole del nostro interlocutore. Quest'urgenza di affermare sé stessi e i propri bisogni crea uno sfasamento nella relazione e una sensazione di vuoto quando torniamo a casa. Siamo stati in compagnia ma ci sentiamo soli. La solitudine cresce e ci ripiega ancor di più in noi stessi.
Senza addentrami nelle cause di questo
vorrei dare un piccolo consiglio: " sei di fretta? Rallenta!"
Me lo disse un medico omeopata tanti anni fa, e funziona! Rallenta, guarda chi ti sta parlando, concentrati completamente su di lui, sul suo viso, sulle sue mani, su quello che sta dicendo. Scoprirai che la comunicazione ci sarà, che tornerai a casa con un senso di pienezza e non di vuoto.
Per farlo devi uscire da te e dai tuoi pensieri assillanti.
ABDICA, per un po'. Spingiti oltre, fallo mentre lavi i piatti, entra in contatto con l'acqua, il sapone sulla pelle, esci da te, lascia che la tua mente cosciente sia presa totalmente al momento.
Il qui ed ora è pieno, il contatto riempie.